Tavecchio: ”Gioca in A chi prima mangiava banane”. Ma non si era parlato di rinnovamento?

  • Alberto Di Girolamo
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Avevamo parlato ieri di bisogno di svecchiare, di voglia di rinnovamento, di cambiare. Avevamo appoggiato la candidatura di Demetrio Albertini per la presidenza della FIGC, perché, secondo il nostro modesto parere, era la figura migliore che rappresentasse la soluzione a tutti i bisogni sopra elencati. Si è parlato di nuova mentalità, lo stesso Tavecchio disse di voler eliminare le barriere dagli stadi – stile Inghilterra, per intenderci – per creare un clima più pacifico, che, come ci insegna la semiotica degli spazi e della spazialità, facesse intendere un’unione tra calciatori e tifosi, ed un problema di violenza e discriminazione inesistente. Fin qui tutto bene, tutti d’accordo. Bella idea. Certo – mettendo da parte, per un attimo, qualche discorso un po’ demagogico – da unire a qualche altro rinnovamento, anzi, imbastendo una vera e propria rivoluzione, ma le idee di Tavecchio, se ben integrate, non sembrano poi assurde, anzi. Resta il fattore età, resta un Albertini romantico che ci aveva dato l’impressione di volere sovvertire completamente il mondo del calcio, resta quella emozione e convinzione che aveva mostrato nelle sue parole. “Poco male” avrete pensato, certo, forse avremmo preferito l’altro, ma in fondo Tavecchio tanto male non è. Se non fosse che ieri, in sede di presentazione della sua candidatura alla presidenza della FIGC, il numero uno della Serie D si fosse lasciato andare a frasi offensive e senza dubbio razziste. Tavecchio, infatti, per rivolgere un pensiero ai troppi stranieri che giocano nella nostra Serie A, ha detto: “Giocano in Serie A quelli che prima mangiavano banane”. Tutti a bocca aperta, silenzio di imbarazzo. Perché è proprio l’imbarazzo ciò che si dovrebbe provare in questi casi. Si dovrebbe fare un passo indietro e dire “Ok ragazzi, scusate, ho sbagliato. Mi tiro fuori”. Invece no, Tavecchio ha rifiutato le accuse di razzismo ed ha ritrattato le proprie frasi infelici. Secondo il nostro parere, non si tratta di uno scivolone, ma è una frase che rispecchia pienamente il pensiero di Tavecchio. Non sono frasi che escono dalla bocca per puro caso, sono pensieri ritenuti del tutto NORMALI, che ci si accorge non esserlo solo dopo aver visto la reazione altrui. Come si può pensare di eliminare le barriere dagli stadi, se poi in un certo senso si “giustificano”, tra virgolette, i cori razzisti, se poi si alimentano le polemiche in questo modo? Il razzismo è violenza, e, finché ci sarà violenza negli stadi, è esclusa l’ipotesi di poter togliere gli ostacoli tra tifosi e giocatori, tra tifosi ed altri tifosi. Finché c’è razzismo è inutile andare allo stadio, il calcio non diventa più spettacolo ma semplicemente stupidità. E a che serve pagare il biglietto per poi assistere alla stupidità altrui, alla violenza, alla discriminazione?
Quello di Tavecchio è stato un clamoroso autogol. Quella che inizialmente sembrava solo una gaffe rischia di trasformarsi nel peggiore autolesionismo per il numero uno in pectore del pallone italiano. Il web è in fermento, fortunatamente, i tifosi di tutta Italia (che già avevano espresso la propria preferenza per Albertini, sui social) sono scatenati fra commenti di critica e parodia. Chissà che anche qualche squadra, qualche presidente, ora non voglia distaccarsi da una certa corrente di pensiero. Chissà che ciò che sembrava scontato, ora, non lo sia più.

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