Ode al Berretti, il campionato più sottovalutato d’Italia

Ode al Berretti, il campionato più sottovalutato d’Italia

La Lega Pro è diventata nelle ultime stagioni la “discarica” del calcio italiano, la terra di nessuno dove sciacalli, corrotti e incrostazioni di potere tengono in mano le sorti di un sport che non dovrebbe essere altro che tale: ad oggi, i tre gironi di Lega Pro vengono decisi più dai tribunali che dalle partite di calcio. C’è però una piccola fiamma che arde dal profondo del baratro di questa categoria, la speranza in fondo al vaso di Pandora. Da quando abbiamo iniziato a seguire il Campionato Berretti abbiamo capito che questo è il lato buono della Lega Pro. Nel caos economico, oltre che giudiziario, in cui versano molte società della terza serie, è indubbio che i settori giovanili siano sempre meno curati e che ovviamente ne risenta la qualità dei giocatori che ne escono fuori. Il Campionato Berretti, però, sorprende soprattutto sotto il profilo umano ed è abbastanza per cancellare definitivamente l’etichetta di “Serie B della Primavera”.

Ciò non si significa, come abbiamo già avuto modo dire, che questo sia tutto rose e fiori. Quello che più manca a livello di settore giovanile nelle squadre di Lega Pro è la pianificazione e l’investimento per accompagnare i giovani dal vivaio alla prima squadra, senza far apparire il salto di categoria eccessivo sotto il profilo atletico e tecnico. “Uno su mille ce la fa”, cantava Gianni Morandi e non sbagliava di molto: venir fuori dalla Berretti e trovare spazio in prima squadra è un’impresa non da poco in una categoria che punta più sull’esperienza (che comporta ovviamente un elevato onere economico) che sulla freschezza degli Under. Un’istantanea di questa scarsa voglia di investire nel proprio settore giovanile si vede soprattutto nella condizione degli impianti in cui i ragazzi crescono. “Fatiscenza” è una parola cacofonica che ben descrive lo stato di certe strutture impresentabili che si incontrano in questa categoria. Ma non vogliamo fare gli schizzinosi e ci potremmo accontentare di costruzioni ultradecennali che cadono a pezzi, se solo la cura dei terreni di gioco fosse di un altro livello. Questo non accade, e il più delle volte invece di assistere ad una partita di pallone ci si trova di fronte ad uno spettacolo agghiacciante in cui il tempo che la sfera trascorre attaccata al “manto erboso” è praticamente nullo. A prescindere dal risultato finale, l’obiettivo è sempre quello di valorizzare, come vi sentireste dire da praticamente qualsiasi allenatore della categoria. La parola “valorizzare”, però, perde di significato se si guarda ai terreni di gioco: come si possono esaltare le qualità tecniche di un ragazzo se questi è costretto, per oltre novanta minuti, a mettere d’accordo la palla e un campo impossibile? Mescolando questi due elementi non ci sorprendere molto il fatto che nessuna società schiera più di uno o due ragazzi della propria Berretti nel corso di tutta la stagione e per lo più per pochi minuti a fine campionato, quando si gioca soprattutto per ammazzare il tempo. Manca il coraggio (e quello manca in tutte le categorie, a dir la verità) di rischiare – perché a questo punto è di rischio che parliamo –  un giovane calciatore cresciuto in casa: la mancanza di esperienza è un tabù per i club di Lega Pro, che prima di far salire i giovani aspettano una matematica retrocessione, promozione o salvezza.

Dopo aver parlato del “lato oscuro” del Berretti – scarso investimento, poca cura degli impianti e la paura a lanciare ragazzi con poca esperienza – è arrivato il momento di parlare di ciò che ci di questo campionato abbiamo imparato da amare: la spensieratezza. Quando qualche riga più in alto parlavamo della ricorrenza quasi ossessiva della parola “valorizzare” avevamo già centrato il punto: se questo concetto si sposa poco e male con degli impianti di bassissimo livello, lo stesso non si può dire del significato che ha in sé il verbo. Non ci sono retrocessioni, non ci sono obiettivi da raggiungere, si gioca per dimostrare il proprio valore sulla base del sacrificio in campo e fuori. Per i ragazzi della Berretti giocare a calcio tra i professionisti è molto di più un sogno rispetto ai colleghi della Primavera, che già il calcio dei “grandi” lo annusano. Tolte, le pressioni, tolti gli obiettivi, rimane solo il valore del singolo: vince chi non molla e chi ha più voglia, vince il gruppo più forte e affiatato. Quando si guarda una partita del Campionato Berretti si ha proprio la sensazione di trovarsi davanti al “calcio ai minimi termini”, dove ci sono solo un pallone, un campo (brutto, per la verità) e ventidue ragazzi che vogliono dimostrare di essere pronti per giocare nei professionisti. Questo è forse l’unico pregio di giocare nel campionato più sottovalutato d’Italia. Unico, ma grande, perché i “montati” qua non esistono e se ci sono durano poco. “Testa bassa e lavorare”: le quattro parole che puoi leggere marchiate a fuoco negli occhi dei ragazzi e degli allenatori, il monito di chi sa che non arriverà da nessuna parte se non sacrificherà tutto per questo sport, ugualmente dispensatore di gioie e dolori.

Il Campionato Berretti si presenta dunque come una competizione dalla bassissima risonanza, nonostante stiamo comunque parlando di settore giovanile della Lega Pro. Ciò paradossalmente comporta un allentamento della pressione nei confronti dei ragazzi: ci ritroviamo di fronte a una versione “pura” di questo sport, cosa che in questi tempi bui non fa mai male. Resta il problema di far uscire il Berretti dall’oblio per dare più spazio ai ragazzi tra i professionisti. Cosa si può fare a questo scopo, cercando ovviamente di far rimanere inalterata l’equazione “poco seguito uguale a poche pressioni, uguale a miglioramenti sotto il profilo umano”? Innanzitutto bisogna cercare di portare un numero fisso di “Berretti” in rosa, stabilendo inoltre un numero minimo di minuti che questi devono giocare, pari – ad esempio – ad un quarto del campionato. I ragazzi che si mettono in mostra nel settore giovanile ma non trovano spazio in prima squadra dovrebbero fare metà stagione in Berretti e metà in prestito nei dilettanti, a farsi le ossa in attesa che si liberi un posto in Lega Pro per la stagione successiva. Bisogna investire, bisogna pianificare, bisogna migliorare i terreni di gioco e gli impianti, anche a costo di sacrificare la prima squadra: costruire un settore giovanile all’avanguardia e che ogni anno “sforna” ragazzi già pronti per la categoria è un investimento a medio-lungo termine che dovrebbe essere una priorità per qualsiasi club. L’esperienza di certi giocatori non sempre (ri)paga e ha un costo che le società spesso e volentieri non sono in grado di sostenere. Il prestito di giocatori dalle squadre Primavera di A o B è senza ombra di dubbio vantaggioso per le casse dei club di Lega Pro, ma oscura tutto il lavoro del vivaio e toglie praticamente ogni possibilità di trovare spazio ai ragazzi della Berretti. Ci vuole coraggio, ci vuole la voglia di mettersi a costruire da zero un settore giovanile che possa dare alle squadre, a fronte di una spesa molto bassa, almeno due o tre elementi in grado di generare una plusvalenza importante. Il Campionato Berretti contiene in sé un ottimo profilo umano, una base sulla quale cominciare a costruire anche un profilo tecnico e agonistico importante: la “linea verde” è la rivoluzione di cui la Lega Pro ha bisogno per ripulirsi e ricominciare da zero dopo le ultime, scandalose vicende che l’hanno vista cadere così in basso.

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