Meteore, che fine ha fatto…Freddy Adu: il triste pellegrinaggio del “nuovo Pelè”

La storia del calcio è piena di bambini prodigio: baby talenti, etichettati in tenera età come i fuoriclasse del domani, che non riescono a rispettare le attese e finiscono nel tritacarne di un mondo in cui nessuno ti regala niente, specie se ti affacci con le stimmate e il seguito del predestinato. Ne sa qualcosa Freddy Adu, ex gioiellino del calcio a stelle e strisce che si è perso nei meandri di una carriera divenuta in poco tempo da sfolgorante a deprimente.
Freddy nasce in Ghana, nella città portuale di Tema, il 2 giugno 1989. Avete presente le immagini dei bambini africani che, a piedi nudi, rincorrono un pallone di stracci? Quella è la quotidianità della città natale del piccolo Adu, che vive di pesca e calcio; inevitabile che Freddy cominci a calciare un pallone appena dopo aver imparato a camminare. È piccolo Freddy, ma gioca e fa un figurone con ragazzi quasi maggiorenni: imprendibile, con quel controllo di palla tipico di chi ha qualcosa in più degli altri. La vita della famiglia Adu sembra decisamente accompagnata da una buona stella: nel 1997, mamma Emelia e papà Maxwell vincono la lotteria: primo premio la Green Card, in parole povere il lasciapassare per entrare negli Stati Uniti dalla porta principale. Gli Adu, con i piccoli Freddy e Fredua al seguito, sbarcano negli USA, precisamente nel Maryland, a due passi da Washington D.C. Tenete in mente questa città, perché segnerà la prima tappa importante della carriera del giovane Freddy. Nel Nuovo Mondo la famiglia Adu impara ben presto che non è tutto oro ciò che luccica: papà Maxwell fila via all’inglese, costringendo mamma Emelia ad alzarsi alle cinque del mattino per svolgere due lavori che le permettano di mettere il pane in tavola e di crescere i suoi due pargoli. Freddy nel frattempo inizia ad andare a scuola, e a fare quello che gli riesce meglio: dare spettacolo sui campi di calcio con un pallone ai piedi. Lo nota un consulente finanziario, tale Arnold Trazy, che per combinazione è un patito del soccer nonché allenatore dei Cougars, la squadra giovanile locale. Trazy diventa il mentore di Freddy, e convince il programma di sviluppo statunitense ad arruolarlo nella tournée europea della nazionale Under 14. Adu, come un Cesare d’Oltreoceano, va, vede e vince: sbaragliata la concorrenza delle formazioni giovanili dei club di tutta Europa, compresa quella di Juventus e Lazio, con il Vecchio Continente che scopre in maniera prepotente la stellina venuta dagli USA. Piccolo particolare: Freddy ha dieci anni, e gioca (e domina) contro ragazzi di tre o quattro anni più grandi di lui.
Al ritorno negli States l’attenzione mediatica sul baby prodigio è alle stelle: Massimo Moratti è stregato, e fa di tutto per portarlo all’Inter scontrandosi però con il secco no della madre, che come tutte le mamme del mondo mette lo studio e l’educazione scolastica al primo posto nella vita del giovane figlio. D’altronde i soldi iniziano già a non essere più un problema per la famiglia Adu: la Nike ha fiutato l’affare e non se l’è fatto scappare, facendogli firmare un remunerativo contratto che porta nelle casse della famiglia circa un milione di dollari l’anno. Freddy è appena un teenager, ma la sua carriera è già lanciata e arriva in orbita con il Mondiale Under 17: il quattordicenne Adu guida i suoi a una storica qualificazione alla seconda fase, mettendo a segno 4 gol nel girone di qualificazione. Gli USA chiudono la loro corsa agli ottavi, sconfitti 3-0 dal Brasile, ma ormai tutto il mondo conosce il talento di questo piccoletto che fa impazzire tutti col pallone incollato ai piedi.
Il Manchester prova a soffiarlo alla concorrenza di mezzo mondo, mettendo sul piatto una cifra vicina ai tre milioni di dollari, ma le sirene della MLS (il massimo campionato a stelle e strisce) suonano e Freddy ha deciso di rispondere alla chiamata. Nel gennaio 2004 i D.C. United, la squadra della capitale Washington, lo scelgono come prima scelta assoluta del draft (il meccanismo di selezione dello sport statunitense) grazie ad una mossa studiata ad hoc dalla federazione che, vista la giovane età, si perora affinché la carriera del baby prodigio possa cominciare quanto meno a due passi da casa. L’attesa sale, i paragoni si sprecano: il contratto da 500mila dollari annui che lo lega alla squadra della capitale lo rende uno dei giocatori più pagati del campionato, e c’è già chi lo etichetta come il “nuovo Pelè”, e chi afferma con convinzione che “un giorno diventerà il più forte giocatore del pianeta”. Il 3 aprile 2004, non ancora quindicenne, Adu diventa il più giovane debuttante dello sport professionistico degli Stati Uniti; due settimane più tardi, il 17 aprile, mette a segno il suo primo gol contro i New York Metrostars, preludio a una stagione da trenta presenze condite da cinque gol e tre assist che si conclude con la vittoria del campionato per i suoi D.C. United. Niente male per un ragazzino di seconda superiore che gioca contro uomini dei quali potrebbe essere il figlio, troppo poco per le aspettative astronomiche sul suo conto. Non bastano altre due stagioni e mezzo su livelli più che buoni per un teenager per far cambiare idea all’opinione pubblica a stelle e strisce: dopo 87 presenze e 24 gol con i D.C. United e una breve avventura al Real Salt Lake (11 presenze e una rete) a 18 anni Freddy decide di essere pronto al grande salto: il Benfica punta forte su di lui, e con un esborso tutto sommato contenuto (due milioni di dollari) lo porta a Lisbona per far iniziare un nuovo capitolo della sua giovanissima carriera.
L’impatto con il Vecchio Continente, però, non si rivela affatto come quello sperato: i ritmi e le pressioni del calcio europeo non sono lontanamente paragonabili a quelli della MLS, e nella sua prima annata in Portogallo Freddy totalizza soltanto 16 presenze e la miseria di 252 minuti (senza mai partire titolare), conditi da tre reti. Inizia così una girandola di prestiti in giro per l’Europa: Monaco (167 minuti spalmati su 10 presenze), Belenenses (4 presenze), Aris Salonicco (11 presenze e 2 reti), Rizespor (seconda serie turca, 13 presenze e 4 reti). Un curriculum tutt’altro che degno del “nuovo Pelè”, che dopo quattro anni decide di chiudere la fallimentare avventura europea e di tornare negli USA. Ad attenderlo c’è il Philadelphia Union, che per due stagioni gli offre un’altra chance per rimettere in carreggiata una carriera che sembra ormai definitivamente deragliata dai binari del predestinato. Dopo due stagioni, con un bilancio di 35 presenze e 7 reti, anche il club della “Città dell’amore fraterno” lo scarica, dirottandolo al club brasiliano del Bahia in cambio di Kleberson (centrocampista titolare del Brasile campione del Mondo nel 2002 e con un passato, peraltro lontanissimo e avaro di soddisfazioni, al Manchester United). L’esperienza sudamericana si chiude in tempi brevi, con un bilancio di appena due gettoni di presenza. Freddy inizia così un nuovo pellegrinaggio attraverso l’Europa, alla disperata ricerca di un club che si ricordi di lui e gli offra un contratto. Blackpool, Stabaek e AZ Alkmaar rispondono “no grazie”, e Adu è costretto a ripiegare sul club serbo dello Jagodina, non esattamente la crema del calcio europeo.
Tra panchina e tanta tribuna, ad oggi Freddy Adu ha messo insieme 13 minuti nel 4-0 in Coppa di Serbia contro il BSK Borca. Gli ha lasciato il posto il classe ’94 Ognjen Ozegovic: forse, dandogli il cinque al momento del cambio, nella faccia di un ragazzo appena ventenne Freddy ha rivisto la sua, quella di un bambino con pressioni troppo grandi da sostenere per le sue ancora fragili spalle. Sul volto d’ebano di un giovane uomo che ne ha già viste tante si apre un sorriso amaro: maledetta popolarità, arrivata troppo in fretta. Il pellegrinaggio continua, la prossima tappa è ancora ignota. Freddy guarda avanti, e chissà che adesso non gli sembri tutto più semplice: con i riflettori spenti, senza gli occhi di tutti puntati addosso, è quasi più bello poter pensare soltanto a rincorrere un pallone.

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