Meteore: che fine ha fatto…Hugo Enyinnaya: una carriera in un tiro, prima di spegnere i riflettori

18 dicembre 1999, Stadio San Nicola: si gioca Bari-Inter, quattordicesima giornata di Serie A. “Ciccio, oggi tocca a te”. Eugenio Fascetti, tecnico dei Galletti, nel pre-partita si rivolge così a Hugo Enyinnaya, attaccante nigeriano poco più che maggiorenne. “Ciccio” entra in campo nell’undici titolare, e sette minuti dopo il fischio d’inizio dipinge un capolavoro degno di un giovane artista: controllo, un rapido sguardo in avanti prima di fare partire una saetta che dopo un volo di quasi quaranta metri si insacca alle spalle di un esterrefatto Peruzzi. Comincia così la storia di Ugochukwu Michael Enyinnaya, o più semplicemente “Ciccio” come lo chiamavano i compagni di squadra del Bari. Un gol da favola, che gli spalanca le porte di una carriera luminosa che si rivelerà invece un’effimera illusione. Enyinnaya nasce in Nigeria, nella città portuale di Warri (località che ha dato i natali ad un altro calciatore delle Super Eagles e vecchia conoscenza del calcio italiano, Crhistian Obodo) l’8 gennaio 1981. Come ogni baby prodigio che rispetti, Hugo si impone fin dalla tenera età, dando sonore lezioni a ragazzi ai quali rende almeno quattro o cinque anni e arrivando a esordire in prima divisione nigeriana ad appena sedici anni. Nonostante la discesa in seconda serie, con la maglia dell’Fc Ebedei, per il ragazzo africano si aprono ben presto le porte del calcio europeo: il Molenbeek (seconda serie belga) punta su di lui, e viene ripagato con sei reti nelle venti presenze disputate al primo approccio col calcio del vecchio continente. Un bottino di tutto rispetto per un ragazzo appena maggiorenne, che fa innamorare perdutamente il ds del Bari Carlo Regalia. Il matrimonio s’ha da fare, e con un assegno da 200 milioni di lire il club pugliese si assicura le prestazioni del promettente attaccante nigeriano. Dopo un inizio di stagione tra le fila della Primavera, che lo rende noto nell’ambiente per la curiosa abitudine di dormire per terra a causa della eccessiva morbidezza dei materassi nostrani più che per una fugace apparizione con la maglia della prima squadra, arriva la notte magica contro l’Inter: “Ciccio” segna tirando da casa sua, e quando esulta dalla bandierina, un attimo prima di essere sommerso dai compagni, sembra quasi mancare per un attimo, travolto dall’emozione di un gol che potrebbe cambiargli la vita. Già, potrebbe: perché la serata che rivela al mondo il talento di Antonio Cassano coincide anche con la recita più riuscita della freccia nigeriana. Due giornate dopo Enyinnaya segna ancora, ma non sa che quello col Venezia sarà il suo ultimo gol in Serie A: le ginocchia iniziano a scricchiolare, frenando la corsa leggera del giovane Hugo, e le due stagioni successive si rivelano un fallimento su tutta la linea, tra la retrocessione in B del Bari e la miseria di sedici presenze condite da una sola rete realizzata in cadetteria. I galletti lo girano in prestito al Livorno, ma l’avventura in Toscana non segue il copione sperato: dopo un altro inizio bruciante, con un gol segnato al primo pallone toccato dopo aver preso il posto di Igor Protti alla sua seconda presenza in maglia labronica, Hugo segna soltanto un’altra rete nelle quindici gare successive prima di rientrare alla base. L’ultima chance con il Foggia non cambia la sostanza, e il Bari si vede costretto a non rinnovargli il contratto archiviando il capitolo Enyinnaya come una scommessa persa. È l’inizio di una seconda parte di carriera da girovago in Europa, fatta di scelte sbagliate dettate da persone credute di fiducia ma che in realtà si rivelano millantatori da quattro soldi. L’ex Udinese Kozminski lo porta ai polacchi del Gornik Zabrze, Hugo non capisce la lingua e anziché i diecimila euro di stipendio mensile promessi non vede un centesimo in tre mesi. Bari non è mai stata così lontana: gli mancano il calore della città, l’affetto della gente che lo aveva ribattezzato “Ciccio” e che lo faceva sentire come a casa, mai straniero anche se in un paese diverso da quello che gli ha dato i natali. In Polonia non si vedono i soldi, ma in compenso dagli spalti piovono banane all’indirizzo del povero Hugo, che oltre al danno è costretto a vivere l’umiliazione del razzismo dei “tifosi” della sua squadra. La spirale negativa continua, per assestarsi alle serie minori del calcio polacco bazzicate fino al maggio del 2008. Enyinnaya adesso è svincolato, ma per un attimo sembra intravedere la luce in fondo al tunnel: l’Italia torna a bussare alla sua porta, e malgrado si parli dell’Anziolavinio (Eccellenza laziale) e non dei palcoscenici del calcio professionistico a Hugo basta e avanza. Vuole giocare, vuole tornare a respirare l’aria che lo aveva sollevato talmente in alto da poter quasi toccare il sole per poi, come un Icaro degli anni 2000, farlo precipitare al suolo dopo aver sciolto le ali di cera di una carriera finita ancora prima di cominciare. Le ultime tappe sono quelle del Meda, squadra di Eccellenza lombarda dove trova Gianfranco Apicerni, reso celebre dal reality “Campioni” e dal ruolo di “tronista” in una popolare trasmissione del pomeriggio televisivo italiani, prima di chiudere definitivamente la sua parabola discendente nei laziali dello Zagarolo. Cala così, nell’estate del 2011, il sipario sulla carriera di Hugo Enyinnaya. Un ragazzo fuori dagli schemi, che dormiva per terra ed era capace di correre i 200 metri piani in 22 secondi netti (senza scarpe, giusto per alimentare la leggenda) e di trafiggere un mostro sacro come Angelo Peruzzi con un missile dai 40 metri. Un gol che lo ha reso famoso, ma che da solo non è stato capace di dare la spinta ad una carriera (almeno quella ad alto livello) durata quanto il battito d’ali di una farfalla.

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