I media e il calcio: com’è cambiato lo sport più bello del mondo in 20 anni

  • Alberto Di Girolamo
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Non è più il calcio di una volta“. Quante volte lo sentiamo dire ai nostri genitori, ai nostri nonni? Tatticamente, tecnicamente, è tutt’altra cosa. Quante volte ci chiediamo: “chissà se Maradona farebbe altrettanto bene nel calcio di oggi“. E da lì nascono paragoni azzardati: “Messi è più forte di Maradona perché il calcio d’oggi è più tattico e lui riesce ad essere ugualmente un fenomeno“, “Maradona è più forte perché con delle scarpette “da tennis” ed una preparazione atletica diversa da quella di oggi era anche più decisivo“, e robe del genere. C’è chi asserisce con sicurezza, chi si dice indeciso, chi non si esprime proprio. I cambiamenti sono stati tanti, dati da fattori interni o esterni. Quelli interni li abbiamo più o meno già citati abbastanza esplicitamente nelle righe precedenti, ma quelli esterni? Pensateci un po’ su: cosa ha cambiato realmente il calcio? Cosa ha fatto sì che per un giocatore sia più facile emergere e farsi conoscere? La risposta è semplice: i media.

Il rapporto tra media e calcio è cambiato moltissimo nel corso degli anni. La diffusione di internet prima e il “boom” dei social network poi, hanno dato una spinta finale per un distacco ancor maggiore tra il calcio degli anni ’80-’90 e quello d’oggi. I calciatori diventano sempre più vip e meno atleti, sempre più “marchi” e meno portatori di valori, sempre più sponsorizzati e pagati e meno attaccati alla maglia. Sono cose collegate tra loro e inversamente proporzionali. Si parla sempre di più delle donne dei giocatori e meno dei gesti atletici di quest’ultimi, sempre più sponsorizzati e sempre più sponsor. Il calciatore è diventato una merce in vendita e uno status sociale: è ciò che rovina il calcio ed i calciatori. I calciatori, sì, perché è sempre più frequente, soprattutto in Italia, l’ “idolatramento” di ragazzi, da poco affacciati sul mondo del calcio, che dopo aver fatto qualcosa di buono sono subito etichettati come il fenomeno di turno. Sono cose che fanno male, buttando addosso a questi una responsabilità ed un’aspettativa esterna eccessiva. Accade soprattutto con i giovani, ed è per questo che ci riguarda. Ragazzi di 18 anni che si ritrovano un peso od un paragone che li porta a giocare con la paura dell’insoddisfazione esterna, con la paura delle critiche. Il campo da gioco è un palco dove gli spettatori fanno da giudici. I calciatori questo lo sanno, ed, anche se non lo danno a vedere, sentono il peso dell’aspettativa. Ed ecco lì i paragoni a rotazione: “il nuovo Messi”, “il nuovo Pastore”, “il nuovo Cristiano Ronaldo”, ecc… Come si fa a giocare tranquilli in questa maniera? Servirebbe pazienza, servirebbe non “sponsorizzare eccessivamente” pur di far notizia, servirebbe onestà. Ed è il caso anche dei figli di calciatori famosi, che ancor peggio hanno su di sé l’ombra ed il paragone costante con il padre. Pensate ai figli di Totti, di Maldini, di Zidane o a quel povero Lionel che speriamo per lui non diventi mai calciatore, figlioccio di Messi che di cognome fa “Aguero Maradona“. La stampa è bene e male, croce e delizia, e ci mettiamo dentro pure noi. I ragazzi devono crescere con serenità, ma, in quel che è diventato ormai il calcio, non è più possibile.

Ovviamente, oltre ai lati negativi ce ne sono anche di positivi. Pensiamo alla facilità con cui ora possono riuscire ad esser conosciuti alcuni ragazzi con il sogno del calcio. Pensiamo ai social network o alle app, alcune delle quali permettono anche ai giocatori di trovare la squadra a loro adatta. Pensiamo a noi stessi, nati per questo, nati per scovare il buono del calcio rimasto e portarlo alla luce. Nati per far conoscere chi ha poca visibilità, ma senza stressarlo, con la pazienza e la bontà d’informazione che ci contraddistingue. Anche qui abbiamo una doppia faccia dei social: da un lato la facilità di esposizione, dall’altro il cattivo uso di questi (cercate “Nainggolan twitter” su Google per farvi un’idea, o i bisticci Juve-Toro). La facilità di comunicazione derivata da questi siti non è sempre un bene. A proposito di siti, ce ne sono alcuni che come i social network aiutano a mettere in mostra giovani talenti, a render ancora più famoso chi lo è già. Pensiamo a YouTube ed allo stesso tempo, per fare un esempio, pensiamo a Mastour della Primavera del Milan. L’italo-marocchino è diventato un fenomeno mediatico anche grazie al sito di video-sharing più visitato al mondo dove sono caricati i filmati delle sue prodezze con il pallone e ancora non ha neanche esordito in Serie A. Stessa cosa vale per Neymar, che ai tempi del Santos è così che venne conosciuto dai più. Speriamo che la fama acquisita da Hachim non diventi la sua rovina e che non si abbia la fretta di crescerlo troppo in fretta, vedi Pato: fenomeno vero, bruciato dall’impazienza. E ci sono tanti giocatori finiti prima di iniziare, esaltati prima di dimostrare e finiti per fallire il confronto con la propria fama, con l’aspettativa altrui. Chissà cosa sarebbe successo a un Del Piero nato nel ’93… Si sarebbe bruciato prima del tempo a causa del chiacchiericcio attorno a lui? O avrebbe avuto la stessa carriera, esordendo alla Juventus in quella partita contro il Foggia al posto di Ravanelli?

Il calcio è cambiato, hanno ragione i nostri padri e i nostri nonni. Lo possiamo constatare anche noi che siamo giovani, ce ne accorgiamo già prendendo in considerazione un range di 20 anni, dai ’90 all’ormai 2015, figuratevi loro. In bene o in male? Metà e metà.
I media sono la fortuna del calcio, ma possono diventare la sua rovina se usati male. Il calcio è sport, il calcio è cuore e passione. Speriamo che tra una ventina d’anni non ci voglia un’ottima memoria per ricordarlo.

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