La lezione del San Mamés: Italia, sei desta?

  • Filippo Ferraioli
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Non ci resta che piangere. Prendiamo in prestito il titolo di uno dei film più noti di Massimo Troisi, maestro partenopeo e grande tifoso del Napoli, per descrivere lo status quo del calcio italiano. La sconfitta subita la scorsa settimana dal club di Aurelio De Laurentiis nel preliminare di Champions League ha aperto ancor di più lo stato di crisi di un sistema che, un pò come tutto il nostro paese, sembra non volerne proprio sapere di sbloccarsi dall’impasse che lo sta attanagliando da qualche stagione a questa parte. Sono lontani i tempi nei quali la Serie A era il palcoscenico più ambìto dai più grandi interpreti del pallone; adesso, in un’ideale applicazione del contrappasso dantesco, il Napoli (e con lui tutto il movimento) viene sculacciato dall’Athletic Bilbao, società che i pezzi da novanta li ha sempre ammirati da lontano ma che ha saputo costruirsi una valida reputazione partendo dalle solide fondamenta di un vivaio esemplare.

Già, perché il club basco sembra una perfetta antitesi delle pessime abitudini del Bel Paese: mai retrocessi in B, i coriacei biancorossi hanno fatto dell’appartenenza alle loro radici un marchio di fabbrica che li distingue in Europa e nel Mondo. Per indossare la maglia dell’Athletic, infatti, il requisito fondamentale è molto semplice: occorre avere sangue basco che scorre nelle vene, meglio ancora se forgiato dalla trafila nella cantera rojiblanca. Un esempio per tutti? Prendete Unai Lopez, bimbo prodigio che appena affacciatosi in prima squadra si è trovato di fronte ad una prova che avrebbe fatto tremare le gambe del veterano più navigato. Il Niño basco, cresciuto a pane e Athletic, non ha fatto una piega: mandato in campo nel finale da mister Valverde, la sua incosciente irriverenza ha cambiato definitivamente l’inerzia del match a favore dei padroni di casa. Ormai si sa, all’estero la carta d’identità conta il giusto: se vali, hai la chance di mostrarlo in campo anche se, magari, fuori non hai ancora la patente. L’autarchia basca è un dato che fa ancora più notizia nell’ottica del doppio confronto con il Napoli: una squadra fatta di soli giocatori baschi elimina la favorita che schiera la miseria di soli due italiani (uno dei quali, ironia della sorte il napoletano Insigne, soltanto a partita in corso). Viene da rifletter sull’esiguo numero di Azzurri in maglia…azzurra: dove sono finiti i proclami di De Laurentiis e le dichiarazioni ambiziose di creare il miglior vivaio d’Italia? Che fine hanno fatto gli “scugnizzi” del settore giovanile, vero e proprio vanto nelle parole del presidente? E dire che, tra i tanti stranieri schierati da Benitez, non ci è parso di intravedere fuoriclasse; ma è risaputo che spesso e volentieri il nome esotico regala titoli da prima pagina e stuzzica maggiormente la fantasia del tifoso (ma sarà poi vero?).

Purtroppo, in questo caso, risulta problematico anche invocare il santo protettore di turno: nel confronto tra stadi “patronati”, il modernissimo San Mamés ha stravinto su tutta la linea ai danni del vetusto San Paolo. La dirigenza dell’Athletic è infatti riuscita nell’impresa di mantenere intatto il fascino della sua Catédral anche con la costruzione di uno stadio di prospettiva futuristica: innalzato a due passi dal vecchio stadio-reliquia, il nuovo San Mamés ha conservato intatta la sua carica mistica di talismano quasi inviolabile (solo il Barça di Messi è passato in terra basca) accompagnandola ad una nuova anima all’avanguardia che lo ha reso una delle perle d’Europa. Di fronte a queste considerazioni, parlare del San Paolo assomiglia molto a fare fuoco sulla Croce Rossa: il dovere di cronaca ci impone di farlo, il che implica il racconto della realtà di un impianto fatiscente, con garage trasformati in discariche abusive e spalti ai limiti dell’agibilità (anzi oltre, secondo le direttive Uefa che impongono un rinnovamento entro la prossima stagione, pena l’esilio forzato nei match internazionali).  Fuorigrotta compone una rima baciata con “fuori rotta”, per rappresentare l’immagine di un sistema che vive dei ricordi dell’ormai lontano Mondiale di Italia ’90.

Per questo la sconfitta del Napoli è anche quella del nostro calcio: un’Italia sempre più in ginocchio, e non solo nel calcio, che vede allargarsi a vista d’occhio il gap con il resto d’Europa. E’ arrivato, forte e chiaro, l’ennesimo campanello d’allarme; un SOS, di quelli che si lanciano nei momenti davvero disperati. Vedremo se i dirigenti dei nostri club e le illuminate menti di coloro che siedono sulle poltrone nelle stanze dei bottoni della Federazione sapranno reagire a questo nuovo, eloquente segnale. Non tutto è perduto, anche se è necessario intervenire in fretta sul malato, prima che il morbo diventi letale. Italia, sei desta? C’è un calcio (e un paese intero) che aspetta risposte.

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