La crisi dei vivai italiani: Italia ultima per le strutture e gli investimenti sui giovani

  • Andrea Patti
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Il risultati negativi ottenuti dalla Nazionale italiana durante questi Mondiali di Brasile 2014 non sono dettati esclusivamente da un approccio errato al torneo, ma da un problema che sta ancora più alla base e che in Italia è diventata ormai una questione di rilievo: l’investimento sui vivai italiani. Inutile dire che così procedendo il campionato italiano avrà sempre più stranieri e dunque ci sarà sempre meno spazio per i giovani talenti nostrani, costretti molto spesso ad andare all’estero in cerca di una “svolta professionale” (come successo a Ciro Immobile, ndr). Ma investire sui settori giovanili italiani non basta: cosa si fa, se gli stessi settori giovanili sono pieni di stranieri? A tal proposito, gazzettagiallorossa.it ha riportato quanto detto da Demetrio Albertini, che ha insistito sul rilancio dei vivai italiani. Il motivo è semplice: sono sempre meno i giocatori eleggibili per la Nazionale italiana, cioè il 45% secondo i dati dell’ultima stagione. Al di là della quantità, pure la qualità diventa un problema rilevante, lo dimostra il fatto che delle otto squadre che hanno partecipato alle Finale Eight di quest’anno (vinte dal Chievo Verona, ndr), il 35% dei giocatori fossero stranieri. Un elemento con cui ci si può sicuramente confrontare è la Bundesliga, che nel 2000 contava circa il 30% di giocatori over 30; l’anno scorso, vale a dire 14 anni dopo, la stessa statistica è stata dimezzata, con solo il 15% di over 30 nella massima serie tedesca: questo graduale processo di ringiovanimento lo si può riscontrare anche attraverso l’analisi degli elementi della Nazionale teutonica allenata da Low. In Bundesliga ogni club deve investire ogni anno il 10% del ricavato annuale nel proprio vivaio, spendendo all’incirca 4,4 milioni di euro per società; inutile dire che l’Italia non regge assolutamente il confronto: tra i 612 giocatori impiegati nell’ultimo torneo di Serie A, il 29% era composto da over 30, e ogni singola società investe nel proprio vivaio circa la metà di quanto investono i club tedeschi, cioè circa 2,4 milioni di euro l’anno. Il problema che sta alla base di questo sistema è che le società italiane hanno sempre meno l’intenzione di produrre giovani talenti dalla Primavera per inserirli un giorno in prima squadra, preferendo ottenere un “tesoretto” vendendo, molto spesso, i cartellini dei propri talenti. La dimostrazione di come questo procedimento sia una prassi in Serie A ci viene data dal fatto che in Italia, sono solo 4 i ragazzi ventenni che hanno maturato delle esperienze importanti a livello di club, cioè Baldè Keita della Lazio, Kovacic e Mbaye dell’Inter e Cristante del Milan. I giocatori che hanno giocato per tre anni nel vivaio di una squadra di Serie A per poi continuare la loro esperienza con la stessa maglia sono solo 8 su 100, cioè la percentuale più bassa d’Europa. Uno studio condotto dall’associazione italiana dei preparatori atletici di calcio (Aipac) ha riscontrato l’arretratezza del sistema giovanile italiano anche nei confronti del Belgi, che vanta un enorme progresso nelle strutture, nell’investimento sullo staff per i giovani e anche sulle ore di allenamento. Inutile dire che, senza un rinnovamento del progetto italiano nei confronti dei giovani talenti nostrani, un altro Mondiale come quello a cui abbiamo assistito quest’anno potrebbe diventare un habitué per la nostra Nazionale.

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