Avellino-Lupa Castelli Romani, ha perso il calcio

Avellino-Lupa Castelli Romani, ha perso il calcio

Il calcio, lo sport più popolare del mondo, sempre più spesso si colora di sfumature grigie. Grigie come le nuvole che sorvolavano l’ “Arminio” di Lacedonia, sfondo dell’ultimo episodio in ordine di tempo che nessun giornalista vorrebbe mai raccontare. Minuto 27 del secondo tempo della sfida tra Avellino e Lupa Castelli Romani, valida per la seconda giornata del Girone C del Campionato Berretti. Dopo uno scontro di gioco, l’arbitro decide di espellere Bertarelli (Lupa Castelli Romani) e Pagano (Avellino), lasciando i padroni di casa in nove (espulso in precedenza capitan Viscardi) e gli ospiti in dieci. Dopo alcuni minuti dal loro ingresso negli spogliatoi scoppia il parapiglia: proprio Viscardi e Bertarelli cominciano a prendersi a pugni, arriva Pagano in aiuto del compagno di squadra (tra l’indifferenza dei dirigenti e staff delle due panchine) e via via tutti i titolari e le riserve escono dal campo per unirsi alla rissa. Nella colluttazione ad uscirne nel peggiore dei modi è Federico Cappelli, che finisce a terra colpendo pesantemente la testa e raggiunto successivamente da altri calci e pugni.

La mano del giudice sportivo non è stata, giustamente, clemente. Sconfitta 0-3 a tavolino per entrambe le squadre, ammenda di 5000 euro, squalifica di sette turni per Bertarelli e Viscardi mentre di cinque per Pagano, Faraone e Italiano. Sia dal presidente irpino Walter Taccone, intervenuto ai margini del consiglio comunale, che dalla Lupa Castelli Romani con un comunicato ufficiale, sono arrivate le scuse sia al giocatore e alla sua famiglia sia alla comunità di Lacedonia, che da questa stagione ospita il quartier generale del settore giovanile bianco-verde.

Per fortuna, la rissa non si è trasformata in tragedia. Portato immediatamente all’ospedale più vicino, Cappelli ha riportato “solo” un trauma cranico facciale. Ma può il calcio, strumento di aggregazione, sfociare in queste manifestazioni crudeli e tristi? Può Federico Cappelli, centrocampista classe 1998 dell’Avellino, rischiare la vita per continuare a rincorrere il suo sogno, che è uguale come quelli di tanti ragazzi della sua età, cioè sperare di arrivare a calcare un giorno i campi del calcio professionistico?

La risposta deve essere no. Non si può rischiare di perdere la vita facendo la cosa che si ama di più al mondo, in ogni caso. Non si può rischiare di morire durante una partita, soprattutto giovanile. Il calcio, a questi livelli, dovrebbe essere uno strumento per insegnare a tutti i giovani che vogliono un giorno competere tra i professionisti, ad essere prima uomini o poi calciatori. Questo deve essere il credo di ogni settore giovanile d’Italia, un motto che deve venire prima della vittoria sul campo e del guadagno economico. E’ questa la sola strada che può portare il calcio ad una svolta, che deve portare tutti i giornalisti che si occupano di questo settore a commentare solo episodi positivi, soltanto ai risultato del campo e non di risse, di violenze, di morte nel rettangolo da gioco. Sabato questo favoloso sport all’ Arminio di Lacedonia ha perso, ma la speranza è che Cappelli non rinunci ai propri sogni di diventare un calciatore professionista e che continui a percorrere la propria strada, fatta di sudore, di sacrifici ma soprattutto di gioia, per raggiungere il proprio obiettivo.

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