Arturo Lupoli, una cena indigesta

Quando ho sentito parlare per la prima volta di Arturo Lupoli fu durante una torrida estate calabrese. Era il 2005, avevo 17 anni, e un compagno di scuola, un certo Valerio che non primeggiava tra i banchi come a calcio, mi disse di aver conosciuto un ragazzo delle nostre parti che giocava nell’Arsenal. “Si chiama Arturo Lupoli, è di Frattamaggiore”. Oggi le poche cronache sul ragazzo gli danno del bresciano, ma la famiglia era emigrata in Lombardia e tornò a sud quando lui era ancora piccolo. Tuttavia, questo ragazzo il Napoli, che a inizio anni duemila era morto e poi risorto nell’inferno della serie C, non lo vide nemmeno da lontano. “Guarda Alessandro, lui è forte. Mi ha detto che gioca per Wenger, non senza un’aria di spocchia”. Di questo ragazzo, in quell’estate sul Tirreno, nessuno sapeva nulla. Eppure nei circoli del calcio era un nome altisonante, e noi correvamo più dietro alle ragazze che ad un pallone per esserci accorti di quello che accadeva.

La storia inizia a Parma, dove questo biondino da i tratti un po’ normanni gioca e fa decine di reti. E’ una punta centrale, veloce nello stretto e con un mancino letale. Così gli osservatori e gli esperti lo definiscono. Il ragazzo gioca in coppia d’attacco con una giovane mezzapunta, dal sinistro caldo, capace di segnare e fare assist ai compagni con grandissima precisione. E’ un ragazzo introverso e silenzioso: il papà fa il professore d’italiano e se n’è andò negli Stati Uniti, dove era nato il figlio, che tirava calci ad una palla rotonda laddove lì (quasi) tutti la tirano ad una ovale. Questo piccoletto, di nome Giuseppe Rossi, assieme ad Arturo Lupoli rappresentava il futuro di un Parma che in prima squadra faceva faville con un tale Alberto Gilardino. I due giovanotti vincono il Campionato Allievi Nazionali e s’impongono agli occhi della stampa, non solo nazionale. Nell’estate del 2004, tuttavia, Callisto Tanzi, presidente del Parma, fa presente ai soci e agli azionisti che la società ha un buco di 14 miliardi di euro, tenuto nascosto da anni e cresciuto nel tempo. E’ il più grave fallimento finanziario della storia del calcio tricolore e la Primavera del Parma si trasforma in un discount per i club europei.

Dicono che a seguire questi due ragazzi dal goal facile vi fossero alcuni inglesi. Pare che uno di questi avesse sempre una sigaretta in bocca e la mano destra in tasca, nn’espressione arcigna e non parlasse con nessuno. C’è chi pensa che fosse taciturno solo perché a Parma in pochi avevano buona conoscenza dell’inglese. Altri lo descrivono come una persona nervosa, come se avesse sempre un pensiero fastidioso per la testa. Un altro, anch’egli inglese, è un tipo pelato e grassoccio, che sorride e stringe la mano a tutti mentre passeggia per il campo sportivo di Parma. Indica diversi giocatori e parlotta con altre due o tre persone. Dopo qualche tempo il signore grassoccio si presenterà a Giuseppe Rossi a nome di Alex Ferguson, il vecchio scozzese che guidava i Diavoli Rossi di Manchester come l’Olandese Volante sui cieli dei Caraibi, portando il ragazzo americano in un club che stava vivendo il primo grande rinnovo di giocatori dai fasti di Scholes, Yorke, Gery Neville e Cole. L’altro, il tipo magrolino e teso, conta i goal del ragazzo di Frattamaggiore e ricorda la missione che gli ha dato Wenger, l’alsaziano scorbutico che guida i rivali del Manchester, l’Arsenal di Londra. Thierry Henry, la colonna dei Cannonieri non è più un giovanotto e bisogna pensare al futuro. Propone un contratto ad Arturo Lupoli e il ragazzino non ci pensa due volte.
Il nervoso osservatore inglese era finito in uno di quei discount dove non stai troppo a farti domande su come è stato fatto e confezionato un prodotto, non guardi la scadenza e alla fine finisci per comprarlo perché ad un prezzo irrinunciabile. Sono quelle soddisfazioni che durano il tempo che arrivi a metterti a tavola: ti senti di aver fatto fesso qualcuno e poi ti rendi conto che il dolore di stomaco e una notte sulla tazza resteranno solo a te.

Lupoli e Rossi arrivano nel Regno Unito, uno a Londra, l’altro nella provincia “di serie A”, tutta acciaio e industrie di Manchester. Nelle giovanili il ragazzo di Frattamaggiore fa 27 reti in 32 incontri. In Italia se ne parla poco, finché un giorno la saetta francese Henry non lo incorona suo erede: “Quest’anno sta segnando moltissimi gol con la formazione giovanile e sono sicuro che ne segnerà moltissimi altri in futuro, in ogni paese e in qualsiasi campionato, perché è un grande attaccante”. Lupoli diventa un punto fisso anche per le nazionali minori e in Italia fioccano i servizi sulla giovane promessa che potrebbe ridare lustro a un calcio italiano sconvolto da crisi finanziarie e partite truccate. Pare che Wenger sia un tipo che parli poco, e che rimproveri spesso senza motivo, come in via preventiva. Nonostante le valanghe di goal, il ragazzo non è pronto per entrare nel gioiellino messo su dal francese, una squadra che gioca solo palla a terra e dove avere 25 anni vuol dire essere un senatore. Gli preferisce una mezzapunta catalana, uno di quei giocatori dalle caratteristiche del falso nueve, un centrocampista dai molti goal o un attaccante dai piedi di rifinitore: un tale Cesc Fabregas. Wenger conosce bene i numeri, perché prima di fare l’allenatore faceva l’economista. E sa bene che dei numeri spesso non ci si può fidare. C’è dell’altro, nel calcio, che è oltre le statistiche e gli schemi: deve averlo imparato al Monaco, quando guidò una squadra improbabile alla conquista del titolo, battendo ogni previsione. Perciò, dopo una sola apparizione in prima squadra, spedisce Lupoli in Prima Divisione, nel Derby County, dove in 35 presenze fa centro 7 volte. Vede troppe poche volte la porta e non può guidare i londinesi al titolo, né ora, né un domani.

Nel 2007 è la Fiorentina a credere nel ragazzo, e gli offre un quinquennale: mentre Toni e Pazzini tengono i viola nelle zone alte della classifica, nel primo anno a Firenze il ragazzo trova qualche minuto in Coppa Italia, e niente di più. Corvino lo spedisce in cadetteria: il Treviso, poi di nuovo in Inghilterra al Norwich e allo Sheffield: 45 presenze e 7 reti in tre anni. Corvino capisce quello che Wenger aveva già capito, e ne vende metà del cartellino all’Ascoli, dove per due anni è titolare in attacco, con discreti risultati. Nel 2011, ormai troppo grande per essere una promessa, passa al Grosseto, quindi al Varese dove, salvo una parentesi in Ungheria con l’Honvéd, gioca ancora. Il ragazzo è ormai uno dei tanti operai che corrono sui campi della serie B, spesso divenuta un dimenticatoio di potenziali campioni mancati.

Non ci giurerei, ma un tipo una volta mi ha raccontato, quando lavorava nell’elegante quartiere di Highbury di Londra, borghese e silenzioso, che c’era sempre un tipo biondo e magro, con pochi capelli in testa, che prendeva un Talisker alle nove del mattino, con accanto il pacchetto di Camel. “Non so chi diavolo fosse”, mi raccontò, “ma il proprietario del locale mi disse che era un tizio che aveva avuto un indigestione, e si era convinto che un whiskey al giorno avrebbe rimesso tutto a posto”.

1 Comment

    • piero

      28 luglio 2015

      complimenti per l’articolo e’ bellissimo

      Reply

Leave a Comment

(required)

(required)